evidenza, fotografia-videomaking,

Contro la violenza sulla donna

La violenza sulla donna, su tutte le donne e le identità marginalizzate, si denuncia e si combatte anche con l’arte. E può accadere qui, in una città di provincia, dove il silenzio e l’omologazione sono una tentazione grande. Tra novembre 2025 e marzo 2026 a Cremona una giovane artista ha realizzato un’opera, come un filo rosso, dalla Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne alla Giornata internazionale dei diritti della donna. DAVICINO™ ha deciso di raccontarla.

Alessandra Belloni non ama apparire, preferisce essere. Nell’urgenza che l’ha spinta a costruire -letteralmente- il suo messaggio contro la violenza sulla donna da consegnare alla comunità cittadina e fin dove può arrivare, non desidera che prevalga la sua voce e nemmeno il suo volto. Ma ha usato mani, braccia, gambe e testa, sempre in movimento, spesso senza sosta e per ore, sopra una tela enorme e ogni giorno meno bianca, dove lentamente si è rivelato un significato da condividere.

L’abbiamo incontrata mentre concepiva l’opera e via via più di frequente, fino ad una consuetudine quotidiana, durante la realizzazione.

L’arte non è un lavoro

Alessandra dà forma alla sua opera ogni giorno, quando ha esaurito gli impegni di lavoro. La sua vera occupazione, quella socialmente riconosciuta e che le consente di vivere, è l’insegnamento.
In Italia difficilmente è possibile mantenersi con l’arte, salvo avere una condizione sociale che permetta, almeno finché non si raggiunga la notorietà, di non preoccuparsi del quotidiano. Ancor prima, la cosa più difficile è scardinare la mentalità per cui i lavori creativi, di ogni genere, non sarebbero realmente lavoro, ma passioni, hobby, attività da svolgere nel tempo libero.
Un popolo che affossa da solo le migliori menti e sensibilità, assecondato da istituzioni che paiono avere alcun interesse ad invertire questa tendenza.

Preziose alleanze

Alessandra è sostenuta da una rete di amicɜ e di enti e organizzazioni.
Arci Cremona ha messo a disposizione non solo i propri spazi. Con l’artista, nella fase iniziale di progettazione, ha lanciato una call, affinché l’opera potesse diventare un po’ di tuttɜ, attraverso un contributo in lenzuolini di varie dimensioni e colori chiari, che per lo spazio di circa un mese ciascunə ha potuto consegnare. Partecipando così, simbolicamente e fattivamente, alla realizzazione del grande messaggio che l’artista lascerà.
C’è poi CreAzioni Migranti, un progetto di sartoria sociale promosso da Cooperativa Cosper per far rinascere, da scampoli di stoffa provenienti da tutto il mondo, creazioni sartoriali uniche e originali e, di pari passo, vite spesso in situazioni fragili. Le mani di CreAzioni Migranti si sono adoperate per cucire le lenzuola raccolte, nell’unica grande tela che fa da supporto al racconto visuale di Alessandra.

Si chiama arte partecipata

Quella che Alessandra ha messo in atto è una pratica di arte partecipata, in cui la relazione è parte stessa dell’opera e ha eguale dignità dell’esito estetico. Alessandra non ha esplicitato un intento politico, ma con quest’azione si è presa cura della società e alla società l’ha rivolta e donata. Le persone che sono state raggiunte dalla chiamata a contribuire con le loro lenzuola rimarranno inevitabilmente compartecipi di un processo politico.

Da fatto privato a cura collettiva

L’opera di Alessandra, un acrilico ad acqua di 5 metri per 8 di altezza, ha trasformato la violenza in cura, perché ha reso manifesta e collettiva una condizione eminentemente sociale, ma troppo spesso ancora relegata nel privato delle mura domestiche, dove i dati ci dicono che nasce e cresce, prima dell’esito nefasto. Su donne che non sanno come liberarsi e chiedere aiuto. Per mano di uomini che non fanno i conti con la propria condizione di privilegio e desiderano in maniera più o meno consapevole continuare ad esercitare il proprio potere. Avallati da una società che, a partire dalle massime istituzioni, ancora si gira dall’altra parte e derubrica i fatti di violenza di genere parcellizzandoli in episodi distinti, anziché mettere in atto soluzioni (vi dice niente “educazione all’affettività”?) che lavorino sulla trama collettiva.

L’8 marzo del 2026 e per un sol giorno, a Cremona l’arte s’è fatta speranza di salvezza e grido di lotta stendendo finalmente un’enorme tela di più lenzuola al primo cielo azzurro. Intorno, una comunità manifestante se n’è presa cura.

© Riproduzione riservata

Potrebbero interessarvi anche…

Immaginare comunità
Immaginare nuovi futuri di comunità possibili, a partire da un presente non consegnato alla consuetudine, moltiplicando le connessioni.

La fatica delle prove in uno scatto che ritrae un'attrice mentre prova una scena dello spettacolo di teatro sociale

‘altrove’ il documentario
Un documentario che racconta senza svelare l’azione sul palcoscenico di “altrove” e che, a partire dallo spettacolo, apre a domande per la formazione.