Leoncavallo: la città, per mano
Sabato 6 settembre 2025 Milano è stata attraversata da una marea festosa. Chi si aspettava una commemorazione, dopo lo sgombero del Leoncavallo, o era in cattiva fede o era arresə, annichilitə dagli ultimi 25 anni di lotta solitaria e difficoltà per i movimenti a coordinarsi. Chi ha ordinato lo sgombero del 21 agosto, invece, ha certamente sottovalutato il potere che i simboli ancora assumono in un’epoca frammentata. A dimostrazione che lavorare dentro i territori per i territori, prendendo posizione e mantenendola con coerenza, è ancora la strada che rende le reti salde e le rinnova.
La mattina di circa tre settimane fa, quando al risveglio la radio ci ha informato dello sgombero, non ci potevamo credere. Un’espressione interrogativa, fra lo sbigottito e il frastornato, ci si è stampata in viso.
A Cosimo è passata davanti tutta l’esperienza di militanza degli anni napoletani. A me, Cinzia, si è appiccicato addosso un senso di ingiustizia più ingombrante del solito.
Inutile negare di aver vissuto in sospeso fino alla notizia certa della manifestazione del 6 settembre. Da lì abbiamo iniziato a progettare la nostra partecipazione e il cuore ha ripreso a pompare forte.
Vogliamo vivere
Il 6 settembre è arrivato. Nella nostra vita impegnativa, non un risveglio stanco, ma con la gioia frizzantina di una gita. Anzi, un po’ di più: di un impegno civile.
Siamo partitз per Milano con tutta calma e godendo ogni momento in città: il cammino dalla stazione ai giardini di Porta Venezia, il pranzo al sacco nel verde, gli occhi socchiusi al sole.
Poi, con parecchio anticipo, abbiamo raggiunto il punto di ritrovo previsto. Subito dietro al furgone con il sound e le bibite, stava un trattore che portava un cartello inequivocabile: “Pericolosi perché vogliamo vivere”. Un messaggio che va dritto al punto, pungolando la società dell’omologazione che non prevede alternativa a un percorso lineare possibilmente svolto senza dare troppo fastidio né fare rumore, dove lo status acquisito per nascita è spesso confuso con il merito e non c’è accesso a nulla che non abbia un costo, il più delle volte fuori scala. Ebbene, questo modello acuisce i divari e le discriminazioni, danneggia, impoverisce, uccide. Soprattutto quando sono le stesse istituzioni a perseguirlo.
Un altro mondo è necessario
Recitava una maglietta in manifestazione:
La fortuna è un fatto di geografia
Dipende sempre da dove si nasce, dallo status della propria famiglia, dal quartiere, dal paese di provenienza.
Alla presentazione di un report lo scorso giugno abbiamo ascoltato con le nostre orecchie un assessore provinciale definire lo status alla nascita come un fatto naturale, che si verifica per natura. Uno dei relatori (il maschile è sovraesteso perché erano veramente tutti uomini), avendo lavorato proprio su dati relativi alle disuguaglianze territoriali italiane, ha trattenuto un’iniziale reazione nervosa per trasformarla in una risposta strategica e puntuale. Ha rimarcato il livello attuale di disuguaglianza, tale da non consentire un ascensore sociale. Naturalmente legato a nessun merito. È questo il punto.
Ha quindi aggiunto:
Credo si possa educare le persone a una società diversa. Il punto è il grado di disuguaglianza che noi siamo disposti ad accettare. I diritti fondamentali devono essere garantiti e lo si può fare. Quello che manca è il progetto.
Per questo un altro mondo è necessario.
Leoncavallo: il sogno dell’alternativa
Questa frase iconica apriva la strada all’intero corteo, su uno striscione portato daз attivistз del Leoncavallo.
Il sogno dell’alternativa è quello che il Leoncavallo ha perseguito sin dalla nascita, nel 1975, con l’occupazione di via Leoncavallo 22. Al centro ci sono i temi sociali urgenti per la società dell’epoca -ma sovrapponibili a quelli contemporanei- : la creazione di un asilo nido, una scuola materna, il doposcuola, la mensa popolare, il consultorio ginecologico, le attività culturali.
Nel 1978 avviene l’omicidio fascista di Fausto e Iaio, nascono le Mamme del Leoncavallo, la coercizione dello Stato e le sue conseguenze sociali sono sempre più dure: eroina, carcere, chiusure di numerosi centri sociali. Il Leoncavallo diventa casa per chi è statə sgomberatə e luogo di contaminazione fra pratiche culturali: nascono corsi di fotografia, collettivi musicali e teatrali, laboratori di pittura, un’officina, una palestra, la sala-video e il centro di documentazione.
Le attività culturali e politiche negli anni proseguono, nonostante i tentativi di sgombero e la violenza degli organi di Stato, fino al 1994, quando lo sgombero riesce. Seguono promesse non mantenute e una nuova occupazione, quella degli spazi di via Watteau. Dal 1999 la famiglia di immobiliaristз Cabassi, proprietaria dell’immobile industriale, chiede lo sfratto e di essere risarcita. Nel frattempo negli anni sono stati aperti tavoli con il Comune di Milano, ancora in corso. Il risarcimento per il mancato sgombero giunto ormai oltre i 3 milioni di euro, viene girato dal Ministero dell’Interno all’Associazione Mamme del Leoncavallo.
Il 21 agosto 2025, in anticipo netto sul 9 settembre comunicato, è poi storia recente. Attualmente il Leoncavallo, con l’ordinanza del questore per lo sgombero esecutivo, è senza una sede e non può svolgere il suo ruolo sociale e culturale.
Giù le mani dagli spazi sociali
In un tempo di grande ingiustizia sociale e limitazione delle libertà di espressione, lo sgombero del Leoncavallo ha avuto l’effetto di propagare solidarietà e riunire le istanze: la lotta si è fatta ulteriormente intersezionale e ha chiamato a raccolta in manifestazione non soltanto moltissimз cittadinз milanesi, ma da ogni parte della penisola. Per rimettere al centro, accanto alla necessità di centri sociali liberi, il tema dell’abitare –contro speculazione edilizia, corruzione e gentrificazione– e quello del genocidio in corso in Palestina, finanziato anche dall’Italia.
La città che lз manifestanti hanno comunicato attraverso la presenza dei loro corpi e delle loro voci non è quella per pochз che stiamo vedendo. Ma una città per moltз, per tuttз. Una città accogliente e polifonica.
Si parte si torna insieme
È lo spirito di unità che ha guidato il poderoso corteo fino a piazza del Duomo, inizialmente non concessa come punto di arrivo.
60 mila persone non potevano trovar posto in piazza Fontana, dunque la marcia è proseguita, sotto gli occhi della Polizia trincerata dietro scudi e transenne nello slargo davanti Palazzo Reale.
Abbiamo continuato ad avanzare per far spazio a chi entrava dopo di noi e piazza Duomo si è riempita: così abbiamo avuto contezza della marea che ha partecipato.
I fatti hanno sempre la testa dura (frase felice mutuata da una trasmissione recente di Radio Popolare) e dimostrano che anche in uno stato che si muove ogni giorno più pericolosamente verso la limitazione delle libertà e la mistificazione, la libertà può essere recuperata se la si persegue insieme.
Libertà e creatività sono indissolubilmente legate e allora ci auguriamo che questo grido di libertà lanciato il 6 settembre sia solo il primo passo verso la costruzione di un percorso nuovo e condiviso: non solo per il Leoncavallo, ma per tutti gli spazi sociali e di cultura; non solo per Milano, ma per ogni luogo che rischia di essere svenduto; non solo per lз militanti milanesi, ma per ogni persona che, sospinta verso il margine, rischia di non trovare più spazio per vivere.
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Com’è la Cremona che vivi? E quella che sogni? DAVICINO™ l’ha chiesto a chi abita attivamente gli spazi della città. Per Circolo Arcipelago.
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Non siamo infinitɜ noi né le risorse. Sono in corso prove di un futuro diverso, dalla responsabilità individuale a una coscienza collettiva.
