Evidenza, Promozione territoriale

Slackline: il corpo deve cadere

Ci è rimasta l’abitudine di passeggiare con il naso all’insù. Ma loro non ci sono più. Non sono più lì a camminare sopra le nostre teste distratte. Cremona Che Casca con il Torrazzo Highline Project dal 7 al 10 giugno 2026 ci ha fatto abitare un sogno. Prima di svegliarci vogliamo raccontarvelo.

Cremona che casca intervistata da DAVICINO™: durante l'intervista le ragazze e i ragazzo dell'associazione hanno parlato anche della relazione tra il proprio corpo e la slackline.

L’abbiamo sentito subito che c’era qualcosa di importante sotto, che il punto non era apparire, sebbene un’impresa simile accenda grandi riflettori forse in ogni luogo, sicuramente in una piccola città.
Un flashmob corale domenica 7 giugno nell’ora del mezzogiorno ha accompagnato i passi, uno dopo l’altro, di questo coraggioso giovane collettivo: Cremona Che Casca.
Una linea di fettuccia di 135 metri tesa fra il Torrazzo e la Torre dell’Acqua del Comune, sospesa a 40 metri d’altezza. Un attraversamento spettacolare per sancire l’inizio del Monteverdi Festival, sulle note dell’Invitatorio, il primo numero del Vespro della Beata Vergine.

La loro vertigine ci colpisce. Ci accordiamo e il giorno dopo e quello dopo ancora passiamo la canicola nella Sala della Misura del Tempo, dentro il Torrazzo, dove è fissato l’ancoraggio.
Il sole picchia forte, ci sono molti zaini e attrezzature poggiati alle pareti, dove si può. La sala è già diventata una pentola alchemica.
Un gruppo numeroso e variegato nel corso dei giorni, di giovani provenienti da varie zone d’Italia, le più vicine Brescia, Parma, Bologna. Ci sono i loro corpi, la gioia, il sudore, l’amicizia, la paura. E un viavai di persone per vedere da vicino il laboratorio di questa impresa eccezionale. Si aggiungono di tanto in tanto penzolanti gambe bambine, che vengono a curiosare con spavento ciò che accade.
Il vuoto. Il vuoto è quel che accade.

Arriva la testimonianza di chi l’ha sperimentato: “Ti gira la testa… è una cosa che… non ci sono parole”.
Martino è appena tornato dalla linea. C’è una grande accoglienza da parte di tutto il gruppo per lui. Respira forte: “Mi ha spossato. Sono arrivato di là morto”.
Nicolò dice: “Sì, sono il prossimo, sale la tensione. Sono già stato più o meno a queste altitudini… però… ogni volta… è sempre diverso, è da provare. Poi, quando è così bello…”.

Mentre tutto questo accade, Michael si preoccupa di sapere se abbiamo dell’acqua. Si preoccupa per noi, lui che insieme ai suoi compagni e compagne da ore sta affacciato a un finestrone con il sole che batte prepotente.

Un grande sogno da realizzare

Michael ha sognato inizialmente da solo, cinque anni fa, quando si è approcciato alla slackline. Mossi i primi passi sospesi per aria, ha percepito quanto sarebbe stato bello e significativo regalare questo sogno a Cremona, la sua città.
Ha saputo attendere. Ammette che soltanto tre anni fa hanno iniziato a crearsi i presupposti per l’incastro perfetto. Poi a dicembre 2025 la valutazione del primo progetto tecnico di Tommaso, l’interlocuzione con la Diocesi di Cremona e via via con la Soprintendenza, i Vigili del fuoco e tutti i punti della rete che è stato necessario connettere per tessere una fitta tela di relazioni.

Giampaolo approfondisce e ci racconta di aver subito trovato connessione tra l’arte aerea che praticano e l’opera monteverdiana dell’Orfeo, benevola guida di questa impresa. Così ha dato vita al progetto artistico, che ha aperto le porte e reso possibile la collaborazione con il Festival:
“Lo slack è stare nell’equilibrio della vibrazione. Gli Spiriti Infernali di Monteverdi, da ex barocchista, li ho cantati molte volte: celebrano l’umano che estende il limite, Orfeo allarga i confini dell’umano scendendo agli inferi. E la slackline, allo stesso modo, estende un pochino il limite dell’umano”.

Il progetto artistico lo racconta bene: non c’è intento di celebrare figure eroiche, ma esercizio quotidiano del dominio di sé, teso all’armonia interiore e con l’intorno.
“È un’iniziazione, questa, all’altezza – sorride Giampaolo – ma se hai la comunità dietro che ti supporta è molto meglio”.

Corpo, nome collettivo

Simone ci dice che è fondamentale: “trovare delle persone con cui avere il coraggio di manifestare la forza dei sogni. Il renderci adulti non ci ha allontanato dalla dimensione onirica, anzi, ce l’ha fatta consolidare. E poi si possono anche non realizzare. Poteva anche non esserci questa linea. Il motivo per cui ci siamo commossi è tutto quello che abbiamo dentro da mesi”. Michael annuisce: “Io ero in Spagna. Abbiamo fatto tutto insieme a distanza. Noi tre [con Simone e Giampaolo, ndr] in carne e ossa ci siamo visti qui solo cinque giorni fa”.
Giampaolo e Simone raccontano che con questo progetto hanno deciso di: “rendere pubblica una cosa che normalmente si vive all’interno della comunità slackline. La comunità nello slack è sempre presente. Ti supporta, non ti senti mai escluso”.
Continua Michael: “La mia idea era questa: più noi ne parliamo con la gente con questo nostro sogno negli occhi, più loro lo vivono con noi”. Aggiunge Simone: “È lì che un uomo resta vivo, secondo me: continuando a sognare e investendoci”. È propagando il loro sogno senza desistere nemmeno un minuto, che hanno trovato qualcuno disposto a crederci insieme a loro e a sostenere le spese di questa impresa, un commerciante locale. “È un po’ lo spirito di questa linea. Questa linea non te la puoi montare da solo e se non c’è la comunità non la fai”, chiude Giampaolo.

Sognare la realtà

“L’immaginazione serve a immaginare la realtà, serve a capire meglio le cose, non a perdersi”, ci dice Giampaolo, mentre ripassa tutto il protocollo per la sicurezza prima di percorrere la line: imbragatura stretta, nulla in tasca, si aggancia all’ancoraggio, riproduce un otto perfetto con la fune, controlla che il nodo sia attraversato da dieci coppie di corda.
Intanto, ci racconta che l’impresa di Cremona Che Casca è resa possibile da 57 kg di peso per ogni trave d’acciaio che regge l’ancoraggio, controventata da una corda. Sarebbe bastata una trave sola, ma averne montate due raddoppia la resistenza. Giampaolo si è occupato di tutte le pratiche burocratiche obbligatorie per garantire lo svolgimento in sicurezza della performance.
“A me riporta molto sulla terra. Quando perdo un po’ il bandolo, mi rimetto sulla linea e tutto torna bene. Ti da un ambito in cui puoi fallire e poi rimettere le cose a posto, ma in una maniera molto concreta. È l’antidoto all’adhd: andare in iperfocus e far convergere tutti i muscoli, tutti lì per quell’obiettivo. È sempre un equilibrio dinamico”. Giampaolo ci saluta e in un attimo è già in piedi sulla fettuccia, a 40 metri nel cielo.

La paura

“L’highline [pratica che consiste nel camminare o compiere evoluzioni su una fettuccia elastica in tensione fra due ancoraggi ad almeno 20 metri d’altezza, ndr] ti ridimensiona. Sei una nullità, che fa una cosa gigante. – ci dice Riccardo – Se non avessi paura non me la vivrei così. Piangere sulle linee, per ridimensionarmi. Avere paura ti aiuta a vivere più intensamente l’emozione anche, secondo me”. E aggiunge: “Questo è l’highline: sentirsi pronti, perché devi sapere esattamente quello a cui vai incontro, per non creare situazioni sgradevoli, perché comunque lì sei da solo. Se non si è pronti con un rescue e hai poche persone all’ancoraggio, devi saperlo affrontare da solo. L’highline ti mette a nudo. Tu devi fare i conti con te stesso quando esci dall’ancoraggio. Ma abbiamo sempre la certezza che siamo accolti”.

Corpo, equilibrio collettivo

Simone ci dice: “Ognuno sulla linea è da solo ma… con gli altri dietro”. Aggiunge Michael: “Da qualunque lato ci si arrivi [alla slackline, ndr], la condivisione fa sì che ci si senta uniti anche provenendo da ambiti molto diversi. Qua siamo svincolati da tutto questo, qua siamo nudi, esseri che espongono il proprio stato di essere all’altro. E con quell’autenticità possiamo trovarci in relazione anche se veniamo da mondi completamente diversi. Nella diversità l’unione”.
Lo notiamo chiaramente: i loro corpi sono molto più presenti nello spazio, in un modo che non siamo abituatɜ a vedere nel nostro quotidiano. Hanno piedi forti, manco a dirlo, prensili.
I loro corpi, o le energie e gli archetipi a cui fa riferimento Giulia, sono poiché esistono insieme, in relazione. Ragazze e ragazzi si seguono con lo sguardo, si guardano le spalle l’un l’altra, si incoraggiano quando unə traballa sulla linea. “Secondo me più che la relazione maschio e femmina è che cambia proprio la relazione che abbiamo tra di noi, come esseri umani. Il difficile poi è riportare la relazione in società: questo <<devi, devi, devi>> a noi non piace”.
Slack vuol dire lasco”, ci spiegano.

Il corpo deve cadere

“Se tu non cadi non liberi la testa. Cadere è l’inizio, è proprio fondamentale, è necessario. È proprio l’emancipazione della caduta. Cadrai ancora, ti tiri su e vai. Anzi, il punto è: finalmente sono riuscito a cadere” ci spiega Simone.
“C’è un percorso psicofisico. Devi saper camminare su una fettuccia, devi saper fare un ancoraggio. Poi c’è la parte di cuore, di testa… Una senza l’altra non possono stare. – aggiunge Michael – L’energia dell’ancoraggio è questa: nell’attendere l’ancoraggio ognuno attende il proprio turno, ma nel frattempo siamo una cosa sola. Una connessione fra le persone che è super occasionale. È occasionale ma è pura condivisione”. Giampaolo va dritto al punto: “Sei caduto? Grandissimo, hai fatto quello che dovevi fare! Qua il fallimento è una vittoria: è un passo verso la riuscita, ti sei spinto verso il fallimento. Puoi vincere all’infinito e perdere all’infinito, fallire all’infinito e evolvere all’infinito. Perché puoi diventare sempre più bravo”.

Michael rivela: “Per me diventa uno stile di vita. Penso che il più grande cambiamento che possiamo dare al mondo è cambiare noi stessi. E quindi portare la community, questo spirito, nel vivere in società, è già un cambiamento. Io la porto nella mia vita ogni giorno e quindi arrivo agli altri”.

Il primo giorno, appollaiatɜ dentro la Sala della Misura del Tempo, nell’atmosfera calda e ovattata di quelle ore dense, abbiamo colto questa riflessione, senza nemmeno ricordarci di chi fosse precisamente. Ma infine, quanto conta, all’interno di una comunità che si fa corpo?

Invece di passare il tempo a farci la guerra fra corpi. Essere. Semplicemente. Insieme, nel vuoto, a rendere una fettuccia ponte, per avvicinare il sogno alla realtà.

In slackline sopra Cremona. Uno dei ragazzi di Cremona che casca sta attraversando Piazza del Duomo con il suo corpo a 40 metri dal suolo.
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